Oblitus sum

Mi sono reso conto che sto dimenticando il Latino, e che anzi per buona parte l’ho già dimenticato.

Questo non mi piace, mi rattrista molto, mi preoccupa. Io ho fatto il Liceo Scientifico, non ho studiato il Latino come uno del Classico, però la grammatica mi piaceva, ed ero anche piuttosto bravo. Adesso invece non distinguo più un futuro indicativo da un presente congiuntivo; non ho più in testa i significati di tutte quelle parole, solo un vago ricordo. Sento d’altra parte che non mi ci vorrebbe molto per riprendermi, che mi basterebbe fare un po’ di ripasso e in neanche troppo tempo riporterei alla memoria tutte le regole grammaticali e buona parte del lessico. Però… non c’è tempo. Non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è tempo.

Io feci una scelta, nella mia vita, all’età di diciotto anni. La mia scelta fu che avrei studiato la Matematica. E ora che mi addentro sempre di più in essa, scoprendone i dettagli e le bellezze, mi accorgo che tutto il resto diventa sempre più sfumato, come una stazione ormai lontana e persa nella nebbia. Sento sempre più forte il sapore dell’addio, non so se temporaneo o definitivo; rileggere una versione di quelle che sapevo tradurre anni fa, o il mito della caverna di Platone che tanto mi appassionò in terza superiore, avrà forse lo stesso gusto dei ricordi che sto via via formando, intanto che gli anni passano. Qualcuno forse verrà a dirmi che non c’è nulla di cui stupirsi, che in fondo ogni scelta importante della propria vita ha un prezzo da pagare, e che scegliere un percorso di studi significa inevitabilmente escludere tutti gli altri, anche quelli che pure mi hanno da sempre suscitato curiosità e interesse.

Resta però il rammarico, e la nostalgia, per tutte quelle belle cose che solo fino a due anni fa erano parte di me, e da cui ora mi sto forzatamente distaccando.

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Valentineria

Articoletto leggero, tanto per smorzare un po’ i toni. Ci sta ogni tanto, no? Caspita, non potrò continuamente imbastire dei discorsoni, è bello poter essere anche un po’ spontanei e leggeri di tanto in tanto.

Insomma poi, è San Valentino! È la festa degli innamorati! Quest’anno voglio stare al gioco anche io, ho passato abbastanza anni a fare lo snob che dice sempre “festa stupida e consumistica”. No, per stavolta no, stavolta sarà diverso! L’unico problema è che non posso fare l’innamorato senza innamorata, e siccome l’innamorata non esiste (ancora) nella realtà, dovrò crearmela. Insomma, faccio finta di vivere questo San Valentino 2008 con la fidanzata dei miei sogni (letteralmente).

Che si fa dunque? Beh, la mattina del 14 febbraio, appena svegliato, le mando un messaggio di buon risveglio, dicendole che oggi più che mai la amo. Lei mi risponde dicendo che non vede l’ora di vedermi, che sono bellissimo, e dolcissimo. Quindi mi alzo e ascolto alla finestra il cinguettìo dei passerotti, in un giorno d’inverno che sembra già di primavera, da quanto il mio cuore batte forte e vitale, e il mio sentimento forte e puro e infinito per la mia amata sconfigge il gelo di febbraio. Quel pomeriggio esco fuori, canticchio un motivetto intanto che penso a lei, e raggiungo quella panchina dove ci siamo dati appuntamento. Lei è proprio lì, semplicemente splendida. Si alza leggiadra e si getta nelle mie braccia, baciandomi con passione e dolcezza. Io le do un bacio sulla fronte e le porgo un mazzo di fiori, che ho confezionato personalmente pensando a lei e a tutto il bene che le voglio. La commozione è troppo forte, sono travolto, non riesco a trattenere le lacrime. Anche lei piange, piange di gioia e di emozione. È proprio una ragazza eccezionale, penso. E glielo dico. Le stringo forte la mano e insieme ci incamminiamo verso la città. E camminiamo e parliamo, e parliamo e camminiamo e ci baciamo, lungo le strade del centro, intanto che il sole scivola via oltre l’orizzonte, e si accendono i lampioni. Fa più freddo ora, ma ci stringiamo assieme con affetto e ci riscaldiamo, intanto che ascoltiamo i battiti dei nostri cuori. Per cena la porto in un bellissimo ristorantino nascosto in un vicoletto, dall’atmosfera raccolta e pittoresca. Ci sediamo al nostro tavolino, osservo i meravigliosi lineamenti del suo viso alla luce della candela. Rido con lei sottovoce, accarezzandola di quando in quando. Dopo la cena la accompagno a casa, percorrendo le strade buie e illuminate dimentico dello scorrere del tempo, sospeso in una dimensione di felicità dove ci sono solo io insieme a lei, per sempre. Arrivati, ci fermiamo davanti all’uscio di casa. I suoi occhi brillano, la sua voce è rotta dalla commozione. “Ti amo tanto, sei bellissimo”. E ci baciamo, in un minuto che mi sembra eterno. “Anche io ti amo tanto, per te darei la mia stessa vita”. La abbraccio forte e le do la buonanotte, prima di vederla entrare in casa e chiudere la porta. Con calma mi incammino verso casa, ringraziando il fato di avermi fatto trovare una donna così eccezionale, una donna che mi sento davvero di amare fino alla fine dei miei giorni.

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Ovviamente spero di non essere così melenso nella realtà, ma confesso che un po’ non mi dispiacerebbe!

Licealità

Ricordo bene quella lezione, soprattutto il suo inizio. Un tredicenne, insieme ad altri tredicenni e quattordicenni, seduto al primo banco di quell’aula che aveva solo una finestra, sul lato in fondo. Primo giorno di scuola, come posso dimenticarmelo? Sono passati più di sei anni (sei anni!), i miei lineamenti fisici sono cambiati, le mie abitudini pure: non passo più le ore davanti ai videogiochi (anche se qualche volta mi ritorna la voglia, devo confessare), non sono più così rigido e testardo (forse), penso anche molto alle donne (per quanto non abbia avuto la benché minima esperienza). Ricordo comunque che, in quella primissima lezione, vennero il professore di Scienze e la professoressa di Storia a farci un discorso introduttivo. Mi piacque molto, quasi mi entusiasmò: parlava del valore della licealità, e di come il liceo, per l’appunto, ci avrebbe trasmesso il sapere e una cultura di base, generale, e soprattutto un approccio aperto e “globale” alla conoscenza, non tecnicistico o completamente specializzato. Da quel giorno, ho avuto modo di conoscere le Scienze naturali, le lingue, la Storia e la Filosofia, la Fisica e la Matematica; ho imparato a mettermi in gioco, ad argomentare le mie idee e relazionarmi criticamente con quelle degli altri.

La licealità è un’idea che mi piace tuttora, e penso che il Liceo sia un ottimo modello di istruzione. Lo pensavo anche quando lo stavo per concludere, in quinta, intanto che sentivo praticamente tutti gli altri dire basta, non ne posso più, voglio fare l’Università. L’Università è bella, eppure non mi permette di studiare altro che quell’argomento, girare sempre attorno allo stesso centro. Certo, l’approfondimento e la specializzazione sono importanti e credo siano pure opportuni ad un certo punto della propria vita, tuttavia non mi sento di esser d’accordo con chi afferma che il Liceo è inutile e non serve a niente e non conta niente. Al di là del fatto che ci possano essere insegnanti più o meno bravi, resta quella possibilità di spaziare nella conoscenza, di apprezzare e conoscere, per quanto solo nelle basi, tutto ciò che il genere umano ha saputo produrre in millenni di esistenza. Non è poco, per quanto mi riguarda. Non è poco.

Una persona che conosce solo un settore specializzato di tutto lo scibile umano ma sa apprezzare solo quello e nient’altro, è per me una persona povera, chiusa mentalmente, superficiale. Una persona di cui non potrei mai innamorarmi.

Predictor-Corrector

Ne ho abbastanza di metodi numerici per l’approssimazione di equazioni differenziali, veramente. Già mi interessa poco calcolare le soluzioni esatte, figuriamoci poi perdersi in contorte ricorsioni e stime di errori di approssimazione! Bah… in realtà l’Analisi Numerica non è nemmeno così atroce come io stesso la voglio dipingere. Per esempio, stavo leggendo poco fa qualcosa su un certo metodo chiamato Predictor-Corrector. Al di là di quello che effettivamente è, mi ha colpito la sua denominazione, mi ha fatto andare col pensiero oltre l’Analisi Numerica, oltre la Matematica stessa.

Predire e correggere. In pratica, cercare di capire cosa ci riservi il futuro e prepararsi di conseguenza, operare le opportune correzioni a ciò che facciamo, in modo che il futuro sia migliore, in qualche senso. Penso che, in fondo, a predire ci pensa la Scienza, la quale, fermi restando i suoi limiti, è in fin dei conti l’unico strumento che abbiamo. A correggere ci può pensare ancora la Scienza, ma essa in realtà potrà solo indicare come fare le correzioni necessarie: io sono convinto che in tale secondo passaggio la volontà umana, la volontà di tutti gli uomini, sia indispensabile per realizzare nel concreto le correzioni che servono. Non so, ho come l’impressione che gli uomini (intesi come genere umano, dico) abbiano la tendenza ad accontentarsi delle previsioni, che insomma pecchino di lungimiranza. D’altra parte, si possono fare molti esempi stupidi: “Se tra cent’anni i ghiacciai saranno tutti sciolti, che cosa m’importa, sarò già morto”. O ancora: “Se in futuro la povertà colpirà profondamente i nostri paesi, che mi importa? I soldi io ce li ho”. Chissà, forse se tutti gli uomini fossero scienziati (in senso lato), non si sentirebbero affermazioni così. Se esistono gravi problemi in questo mondo, forse la colpa è anche di questi individui che sanno pensare solo a sé stessi, e sono soddisfatti nel momento in cui possono vivere la loro brevissima vita nei piaceri e nelle spensieratezze. Manca forse una sorta di “coscienza collettiva”? Penso a essa come qualcosa di più forte ancora dell’istinto di conservazione della specie, qualcosa che ci spinga tutti quanti a comprendere che in realtà, per sopravvivere a lungo termine, non si può pensare solo a sé stessi e al proprio microscopico orticello. Ma è davvero destino che siano in così pochi a mostrare di avercela, a essere in grado di adoperarsi per realizzare il bene della nostra stessa specie?