Un’idea

Devo ancora conoscere chi è veramente capace di rinunciare a qualsiasi dogma. Il che significa, qualcuno che trovi accettabile qualsiasi idea, qualsiasi comportamento. Qualcuno che trovi accettabile tanto il libero amore quanto la castità prematrimoniale. Oppure, qualcuno che trovi accettabile tanto la Scienza, quanto le teorie del complotto. Tanto il fascismo, quanto le democrazie liberali.

No: alla fine da qualche parte si fanno scelte, si crede che tali scelte corrispondano a Verità, e si agisce come crociati nei confronti di chi non si conforma a tali Verità. Io, ad esempio, credo nel dogma della correttezza formale e cerco di imporlo a chiunque io incontri. In maniera pacifica, ma comunque costitutivamente apodittica.

Un mio amico voleva impostare
la famiglia in un modo nuovo
e disse alla moglie “se vuoi mi puoi anche tradire”
Lei lo tradì, lui non riusciva più a dormire.

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Critica

Pensavo, in questi giorni, che assieme alla sinistra andrebbe un po’ ricostruita la classe intellettuale di sinistra. Ormai sembra che questi sedicenti intellettuali, nel loro atteggiarsi a paladini del libero pensiero e di tutto il resto, non si rendano nemmeno conto che hanno un dogmatismo sovrapponibile a quello dei bigotti: il dogmatismo di chi sostituisce alla realtà una propria immagine preconfezionata della realtà, gloriandosi di tale costruzione mentale e di fatto rinunciando a incidere davvero sul mondo e sui suoi innumerevoli guai. Così, ecco piovere articoli sul liberismo malvagio, sulla Chiesa che è fonte di tutti i mali, sul Papa che dovrebbe diventare pro divorzio e pro aborto… Fiumi di parole sempre uguali che pretendono di essere acute interpretazioni della società, ma che tradiscono piuttosto la più vacua autoreferenzialità.

Questi “intellettuali” vivono per sé stessi. Ciò che scrivono, ciò che dicono, ha in fondo soltanto la finalità di giustificare la loro stessa esistenza. Non c’è voglia di capire, non c’è voglia di cambiare.

Per finire, e giusto per rendere più chiaro cosa intendo: cinquant’anni fa Pasolini, oggi Flores D’Arcais. In fondo, non serve aggiungere altro.

Invettiva

A voialtri che non fate altro che ripetere quanto è ingiusto e penoso questo mondo, quanto è orribile l’oppressione sugli uomini, come è preoccupante il degrado morale della società. Imbecilli: invece di usare il vostro preziosissimo tempo al fine di lavorare per il mondo e per gli uomini e per la società, lo perdete in questo atteggiamento di colpevole arrendevolezza. Peggio: perché forse non si tratta di arrendevolezza, ma semmai di comodo. Finché c’è un mondo orribile là fuori, infatti, potete sempre convincervi di non farne affatto parte. Di essere gli unici onesti, i più puri, i migliori. E con questo, perdere tempo atteggiandovi a esperti, a consiglieri: ci vuole più uguaglianza, voi dite, bisogna combattere i poteri forti, bisogna liberare gli oppressi e gli sfruttati. Dalle vostre torri argentee dispensate consigli, ma gli oppressi e gli sfruttati, ossia il mondo, non li volete neanche toccare, perché in fondo temete di esserne contaminati. Non sapete neanche chi sono, gli oppressi e gli sfruttati, al di là della concezione del tutto astratta che avete di essi.

Voialtri che non fate altro che ripetere quanto è ingiusto e penoso questo mondo, non vi rendete nemmeno conto che la vostra unica ragione di esistenza risiede nell’alimentare tale convinzione. Ed ecco! Se esistono oppressori, potenti, disonesti, voi siete i loro servi. Perché voi siete condannati alla morte, se davvero all’interno del mondo – e non fuori! – si propaga il germe della giustizia, dell’uguaglianza, della legalità; se qualcuno, insomma, con lavoro quotidiano e incessante, lo fa propagare. A cosa servireste voialtri, a quel punto? A niente. E infatti, non potreste far altro che morire.

Alcune riflessioni sulla “Marcia per la Vita” e sull’aborto

Oggi si svolge a Roma la Marcia per la Vita. Essenzialmente è una manifestazione contro l’aborto e anche contro la legge 194, più genericamente impegnata sui temi morali legati ai ben noti valori non negoziabili: oltre al già citato aborto, anche – immagino – l’eutanasia, le pillole contraccettive, eccetera.

Alcuni miei conoscenti – e alcuni miei amici – stanno partecipando proprio in queste ore.

Io non mi unirò ad alcune voci della “fazione laica” che, temo, arrivano ad affermare che una simile manifestazione è intrinsecamente sbagliata o illegittima. No, io penso sia pienamente legittima. Non per questo, ovviamente, diventa condivisibile.

In realtà potrei persino condividere, della Marcia per la Vita, l’istanza principale, cioè il “no” all’aborto. Tuttavia, trovo sbagliata e potenzialmente dannosa la posizione radicale portata avanti: l’abolizione dell’aborto legale. Ho la brutta sensazione che essa trovi la maggior parte delle sue motivazioni in una certa visione cristallizzata della realtà; abrogata la legge della morte – per usare un po’ il loro linguaggio – ecco che finalmente l’ordinamento giuridico farebbe un passo avanti verso la conformità con il cosiddetto “diritto naturale”. Un risultato formale, più che sostanziale: la riduzione del numero di aborti sarebbe soltanto uno sperabile corollario di quello che resta l’unico obiettivo vero, ossia il suddetto adeguamento della società alla “legge di natura”.

È questa, a mio parere, la pretesa che porta ad affrontare il problema agendo a valle, e non a monte. Un aborto, credo, è sintomo di una qualche forma di disagio sociale: a volte forse disperazione, a volte forse soltanto un disastroso individualismo. Ecco, io vorrei agire piuttosto su tali radici sociali e culturali, cercare di cambiare in meglio quelle, piuttosto che agire sugli effetti e  sperare che le loro cause scatenanti possano venire a mancare per conto proprio. La foga abolizionista di alcuni pro-life, peraltro, mi sembra trascuri totalmente l’indagine – doverosa – delle eventuali conseguenze di un gesto eclatante come l’abolizione della legge 194. Anche quelle vanno ampiamente valutate e ponderate, prima di lanciarsi in crociate che – come tutte le crociate – lasciano una certa scia di danni dietro di sé.

Chi sono i più grandi alleati dei progressisti?

Chi sono i più grandi alleati dei progressisti? Ovviamente, gli estremisti reazionari.

Una legge con cui sono in disaccordo, la vogliono abolita, senza se e senza ma. Guai, a scendere ad un compromesso, anche se è un compromesso che va a loro favore. Preferiscono gloriarsi di essere netti, severi, irriducibili. O tutto o niente. Così, magari rinunciano anche a votare per le forze politiche di governo, ritenute – quando va bene – troppo molli. Anzi, si chiamano fuori sin dal principio da qualsivoglia reale dibattito politico, ché ad entrarvi e ad ottenere lì dentro risultati concreti, dovrebbero per forza di cose sporcarsi le mani, intaccare quei valori che per loro sono un totem sia nella vita privata che in quella pubblica.

Essi sposano, di fatto, forse inconsciamente, la regola (brigatista!) del “tanto peggio, tanto meglio”. Se per qualche ragione si facesse un piccolo passo in avanti nella loro direzione, ecco che di colpo perderebbero ogni credibilità nel loro costante affermare “O tempora, o mores”. Dunque, a loro conviene preservare lo status quo, per poter gridare il loro continuo scandalo e disprezzo per questa “società senza valori”.

Naturalmente, nonostante il clamore che sono in grado di suscitare, il loro reale peso politico è minimale, poiché il loro comportamento paradossale non fa altro che dipingerli agli occhi di tutti come invasati senza speranza. Ed ecco che, in questo modo, essi scatenano un naturale – per quanto sovente scomposto – sentimento di anti-reazione, che le forze progressiste non perdono l’occasione di catturare, accelerando così la creazione di un’opinione pubblica a loro favorevole.

Dunque, sono anche gli invasati clericali a diffondere l’anticlericalismo, pure quello più becero e blasfemo. Sono anche i fanatici antiabortisti a polarizzare un’opinione favorevole all’aborto, rinunciando peraltro a qualsiasi soluzione che non sia l’abolizione totale, e con questo contribuendo alla preservazione dello stato attuale. Sono anche i paladini della morale, a scatenare la voglia di liberarsi totalmente di qualsiasi morale.

E invece, una morale qualsiasi – per quanto migliorabile, per quanto imperfetta – è comunque meglio di nessuna morale.

Breve pensiero sulla resistenza

…al di là delle distinzioni, doverose, da fare anche tra i partigiani (detto in parole povere: alcuni buoni, altri meno, ma è un’ovvietà) resta a mio avviso una questione di semplice principio. I repubblichini erano dalla parte sbagliata, i partigiani da quella giusta. Perché sì, per me democrazia è meglio di oppressione fascista. E comunque, visto che ora siamo (per fortuna) in democrazia, ricordiamo quelli che hanno contribuito a costruirla, non quelli che hanno collaborato (che fossero consapevoli o meno di farlo) con chi voleva distruggerla. Dispiace certo per i “repubblichini in buona fede”, ma in fondo non so fino a che punto tale buona fede possa essere assunta come scusa.

Dell’onestà

La pur sacrosanta critica mossa nei confronti della classe politica non deve essere un pretesto per deresponsabilizzarci!

Tutti noi abbiamo dei doveri, in quanto cittadini. Anzi, oserei dire che essere pienamente cittadini significa esattamente rispettare rigorosamente le regole che la società ci impone. Chi non rispetta tali regole, fosse anche con piccoli “magheggi”, si sta di fatto chiamando fuori dalla società. Mi si dirà: hanno più colpe – per dire – quelli che, in una posizione di predominanza, truffano grosse quantità di denaro, piuttosto che il piccolo imprenditore che ogni tanto non emette fatture. E io risponderò che sì, le grandi truffe sono ben più gravi delle piccole furberie, ma che ciò non vuol dire che gli artefici delle seconde si stiano comportando bene, anzi.

Il fatto che vi siano uomini ricchi e corrotti che vivono nell’impunità non può in alcun modo giustificare, da parte degli altri, atteggiamenti che, in ultima analisi, non sono altro che la riproduzione, in piccolo, dei crimini dei primi.