Breve pensiero sulla resistenza

…al di là delle distinzioni, doverose, da fare anche tra i partigiani (detto in parole povere: alcuni buoni, altri meno, ma è un’ovvietà) resta a mio avviso una questione di semplice principio. I repubblichini erano dalla parte sbagliata, i partigiani da quella giusta. Perché sì, per me democrazia è meglio di oppressione fascista. E comunque, visto che ora siamo (per fortuna) in democrazia, ricordiamo quelli che hanno contribuito a costruirla, non quelli che hanno collaborato (che fossero consapevoli o meno di farlo) con chi voleva distruggerla. Dispiace certo per i “repubblichini in buona fede”, ma in fondo non so fino a che punto tale buona fede possa essere assunta come scusa.

Dell’onestà

La pur sacrosanta critica mossa nei confronti della classe politica non deve essere un pretesto per deresponsabilizzarci!

Tutti noi abbiamo dei doveri, in quanto cittadini. Anzi, oserei dire che essere pienamente cittadini significa esattamente rispettare rigorosamente le regole che la società ci impone. Chi non rispetta tali regole, fosse anche con piccoli “magheggi”, si sta di fatto chiamando fuori dalla società. Mi si dirà: hanno più colpe – per dire – quelli che, in una posizione di predominanza, truffano grosse quantità di denaro, piuttosto che il piccolo imprenditore che ogni tanto non emette fatture. E io risponderò che sì, le grandi truffe sono ben più gravi delle piccole furberie, ma che ciò non vuol dire che gli artefici delle seconde si stiano comportando bene, anzi.

Il fatto che vi siano uomini ricchi e corrotti che vivono nell’impunità non può in alcun modo giustificare, da parte degli altri, atteggiamenti che, in ultima analisi, non sono altro che la riproduzione, in piccolo, dei crimini dei primi.

Un elogio all’indifferenza

Vorrei scrivere un elogio dell’indifferenza. Vedi, non l’indifferenza cattiva, quel sentimento sprezzante che è quasi peggio dell’odio, no… non l’indifferenza di quelli a cui non importa nulla di ciò che accade al di fuori delle proprie misere esistenze. Ma piuttosto, l’indifferenza del saggio, l’indifferenza di chi sa quali sono i problemi che sono davvero degni di preoccupazione, di attenzione, rispetto a un’enormità di questioni su cui non ha proprio senso spendere energie e sentimenti.

Per esempio, prendi la sessualità. Io voglio che un giorno affermare «sono omosessuale» sia un fatto del tutto banale. Banale, come manifestare una preferenza tra il gelato alla fragola e il gelato alla stracciatella. E invece no: di fronte a qualcuno che dice «sono omosessuale» non possiamo fare a meno di restare colpiti, emotivamente mossi. Sia che lo reputiamo un malato da curare (ancora succede), sia che siamo d’accordo con lui sulla necessità di esprimere liberamente il proprio essere. E invece, come sarebbe bello reagire con indifferenza! Capire che non è certo la sessualità di qualcuno distinto da noi a doverci preoccupare; ecco, tale indifferenza non sarebbe forse la forma più alta di rispetto e di tolleranza nei confronti di un omosessuale?

Di esempi oltre a questo, credo, sono piene le nostre vite. Pensa a tutti quelli che badano al colore della pelle di chi hanno di fronte, come se fosse un aspetto di lui veramente essenziale (e invece è marginale: dovremmo esserne indifferenti). Pensa a quelli che ancora danno peso alla marca dei vestiti o dell’automobile, come fossero una sensata misura del valore di sé stessi e forse degli altri (e invece si tratta di caratteri esteriori a cui dovremmo essere totalmente indifferenti).

Comprendi, finalmente: la nostra società è traboccante di preoccupazioni immotivate. Più che superflue: proprio formalmente e sostanzialmente immotivate. E cosa meritano dunque questi falsi problemi di cui siamo così impregnati, se non da parte nostra una sensata indifferenza?