Cos’è la matematica?

Cos’è la matematica?

Al di là delle motivazioni che l’hanno portata a svilupparsi nel corso dei secoli (anzi, dei millenni), la verità è che la matematica non è altro che il più raffinato tentativo dell’uomo di farsi divinità. Il più raffinato, perché l’atto creativo è il più compiuto possibile: un intero universo, con regole specificate sin dal principio, sotto il nostro controllo. Il tutto stabilito con totale arbitrarietà, da noi e noi soltanto.

Ma non siamo divinità. E infatti, anche quel tentativo è riuscito solo a metà. Abbiamo concepito quel mondo, abbiamo il controllo del suo linguaggio, delle sue regole, lo conteniamo in poche pagine di assiomi, ma…

Ma è un mondo, è un universo che ci è perlopiù ignoto. L’abbiamo creato e delineato, ma non lo conosciamo, se non molto limitatamente. È un concreto infinito in atto. Un tutto racchiuso in una scatola. Se c’è una divinità vera, probabilmente ride di tale beffardo esito della nostra più estrema tracotanza.

«Volevi essere come Dio, ci hai provato, sei riuscita a creare, ma ecco, ciò che hai creato va oltre te stessa, o disgraziata umanità.»

Disgraziata umanità, eppure deliziosa.

A te

Mi dici che ti sei «rotta», che non comprendi quale sia la tua identità.

E invece io ti dico: la tua identità sta in molte identità, forse addirittura in tutte le identità: studentessa sgobbona e un po’ alienata, ragazza acqua & sapone, casa & chiesa, all’antica; femminista, a tratti libertaria, cattolica; fidanzata d’altri tempi, emancipata, passionale; maschiaccio, donna elegante e provocante; ligia alle regole, ribelle, goliarda; acculturata, provinciale, pop; estroversa, cupa, cerebrale. Eccetera: sai meglio di me come completare l’elenco.

Tu sei questo tutto. Le tue contrastanti anime formano la tua anima, senza annullarsi né sommarsi, ma piuttosto vivendo ciascuna una propria vita, che è semplicemente la tua vita. La tua vera identità risiede in questo mirabile insieme di contraddizioni, risolte nel tuo stesso esistere, nel tuo stesso respirare accanto a me.

La tua vera identità non va cercata o compresa, va solo lasciata vivere. Dunque vivi: io avrò cura di te.

Alcune riflessioni sulla “Marcia per la Vita” e sull’aborto

Oggi si svolge a Roma la Marcia per la Vita. Essenzialmente è una manifestazione contro l’aborto e anche contro la legge 194, più genericamente impegnata sui temi morali legati ai ben noti valori non negoziabili: oltre al già citato aborto, anche – immagino – l’eutanasia, le pillole contraccettive, eccetera.

Alcuni miei conoscenti – e alcuni miei amici – stanno partecipando proprio in queste ore.

Io non mi unirò ad alcune voci della “fazione laica” che, temo, arrivano ad affermare che una simile manifestazione è intrinsecamente sbagliata o illegittima. No, io penso sia pienamente legittima. Non per questo, ovviamente, diventa condivisibile.

In realtà potrei persino condividere, della Marcia per la Vita, l’istanza principale, cioè il “no” all’aborto. Tuttavia, trovo sbagliata e potenzialmente dannosa la posizione radicale portata avanti: l’abolizione dell’aborto legale. Ho la brutta sensazione che essa trovi la maggior parte delle sue motivazioni in una certa visione cristallizzata della realtà; abrogata la legge della morte – per usare un po’ il loro linguaggio – ecco che finalmente l’ordinamento giuridico farebbe un passo avanti verso la conformità con il cosiddetto “diritto naturale”. Un risultato formale, più che sostanziale: la riduzione del numero di aborti sarebbe soltanto uno sperabile corollario di quello che resta l’unico obiettivo vero, ossia il suddetto adeguamento della società alla “legge di natura”.

È questa, a mio parere, la pretesa che porta ad affrontare il problema agendo a valle, e non a monte. Un aborto, credo, è sintomo di una qualche forma di disagio sociale: a volte forse disperazione, a volte forse soltanto un disastroso individualismo. Ecco, io vorrei agire piuttosto su tali radici sociali e culturali, cercare di cambiare in meglio quelle, piuttosto che agire sugli effetti e  sperare che le loro cause scatenanti possano venire a mancare per conto proprio. La foga abolizionista di alcuni pro-life, peraltro, mi sembra trascuri totalmente l’indagine – doverosa – delle eventuali conseguenze di un gesto eclatante come l’abolizione della legge 194. Anche quelle vanno ampiamente valutate e ponderate, prima di lanciarsi in crociate che – come tutte le crociate – lasciano una certa scia di danni dietro di sé.

Errare è umano

Quindi sbaglia, sbaglia pure.

«Mi vuoi dire che sbagliare è giusto? Che assurdità!»

Non è così. Soltanto, sbagliare è inevitabile. È inutile credere altrimenti, e agire contro la nostra stessa natura.

«Dunque, dovremmo rassegnarci all’inevitabile? Che enormità!»

Nemmeno. Dobbiamo agire e comportarci cercando di fare sempre la scelta giusta, ossia quella che secondo la nostra coscienza, in quel momento, è la scelta giusta. Anche facendo così, tuttavia, inevitabilmente ci capiterà di sbagliare. Per questo sbaglia, sbaglia pure: andrà bene anche così.

«Non mi piace.»

Ti capisco. Eppure guarda: dietro ogni sbaglio, c’è una persona umana, una persona vivente. Solo i morti e le divinità non sbagliano mai. L’esistenza di un’anima prima di ogni errore ti rincuorerà: forse che la vita in sé non è comunque un valore?

«Sì. Ma non mi piace lo stesso. Per quanto inevitabile, per quanto caratterizzante le nostre vite, sbagliare resta sempre e comunque un male.»

Ragionando solo di un astratto bene e di un astratto male, ecco che così davvero rinunci a comprendere la realtà.

«Non ho alternativa. Ho bisogno di valori. E lo stesso vale per te.»

Lo so. E ciò nondimeno, non puoi pretendere che la realtà e la tua stessa vita si conformino completamente a tali astratti valori.

«Vorrei non fosse così.»

A me sta bene così.