“Buttati!”

È così banale a dirlo, eppure ogni volta che ci penso, mi viene voglia di raccontarlo a qualcuno. Le analogie, apparentemente insignificanti situazioni, che eppure sembrano mostrare così bene ciò che sono io per davvero. Ma quante, accidenti! Mi vengono in mente i tuffi, per esempio. Da bambino, messi com’erano alla fine di ogni giornata al corso di nuoto, erano il mio terrore e supplizio. Non mi volevo buttare. Perdevo secondi, fors’anche minuti, fermo a pensare per cercare di decidermi, lì sul bordo. Gli altri sembravano quasi contenti di buttarsi, io mi chiedevo come facessero, e mi veniva da piangere. Con un po’ di tempo imparai a buttarmi almeno in piedi, i tuffi di testa al contrario sono per me tuttora irrealizzabili. Perché io certo non posso buttare la testa nell’acqua tenendo gli occhi chiusi, ma tenerli aperti significa necessariamente guardare verso il fondo, pensare che c’è un salto tra la mia testa e quell’acqua, che per quei decimi di secondo io sarò soggetto ad una forza che non posso controllare in alcun modo, nemmeno lo volessi. E in quei decimi di secondo dovrò vedere con i miei occhi che si avvicina il contatto, ineluttabile.

Sì, io sono terrorizzato dalle cose che non posso controllare. Dalle cose che conosco poco, e che per questa o per qualche altra ragione possono sfuggirmi di mano. Per questo non mi piace bere troppo, per questo non mi sento a mio agio neppure alla guida. Per questo non amo le “trasgressioni”, e per questo posso fin essere terrorizzato da cambi di programma improvvisi. Anche per questo, non so decidermi a corteggiare una donna.

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Crescita

Devo studiare. E ora pago il fatto di aver dormito solo quattro ore la notte, e tre il pomeriggio. Che poi, dormire di pomeriggio è qualcosa di cui mi sono sempre vergognato: da bambino lo evitavo per scelta, e ne ero particolarmente orgoglioso. Da bambino evitavo per scelta anche di utilizzare qualsivoglia espressione dialettale, perché il dialetto mi sembrava una cosa da bifolchi. Ero molto più snob di adesso, forse, quando ero un bambino.

Ma ora devo studiare, e non ho tempo di crogiolarmi in questo genere di ricordi. Piuttosto, notando quanto sia intontito ora per aver mancato il “sonno giusto”, mi viene in mente che solo due anni fa non era affatto così. Due anni fa, lo ricordo, mi capitò di stare sveglio fino alle cinque del mattino, e di svegliarmi alle sette e trenta per andare a scuola. Ma ci andai, e quel pomeriggio non dormii. Ed ero molto più sveglio di quanto non sia ora. Ma perché, questo? Dicono che a 20 anni uno sia pieno di energie, e forse è vero anche per me, ma probabilmente c’è qualcosa, in questa ormai non più nuova vita da universitario, che assorbe le mie forze, un po’ come se fossi costretto a portare costantemente pesi addosso. Peraltro, ho l’impressione che in futuro sarà sempre peggio. Anche se chissà, forse mi sbaglio.

Intanto, comunque, devo studiare.

Sul mestiere di scrivere

Io un po’ credo di essere maturato, in questi anni di “sperimentazioni”. Fino a non troppo tempo fa, mi gloriavo per quelli che fondamentalmente erano solo barocchismi linguistici. Tutti, in fondo, sono capaci di scrivere qualcosa che faccia scena, basta che abbiano un minimo di padronanza tecnica. Ma qualcosa che faccia scena e contemporaneamente esprima qualcosa di consistente, di vero, forse no. E poi mi viene da pensare: è più sensato preparare a tavolino il proprio testo, costruendosi un’idea precisa del nucleo concettuale da sviluppare, oppure lasciar correre liberamente le dita sui tasti, cogliendo di volta in volta le suggestioni, facendo cioè in modo che il testo cresca di pari passo con il suo creatore e lo influenzi a sua volta? Ma è in realtà chiaro che si tratta di una domanda mal posta, e che probabilmente l’unico commento sensato è quello più banale di tutti, così banale che non mi preoccupo neppure di riportarlo.

Certo è che la scrittura può veramente darmi grandi soddisfazioni, per quanto talvolta a costo di fatiche non indifferenti.