Motivazione alla ricerca

Il Vero e il Falso esistono; ciò che non è mai chiaro, però, è dove sia collocato il confine che li separa, e addirittura se tale confine esista. Ecco allora spiegato perché la correttezza metodologica, lo studio, la comprensione, la ricerca, siano così importanti: essi infatti sono l’anticorpo alle ideologie, che accecano l’uomo facendogli credere che il confine tra Vero e Falso sia il taglio di una spada. E invece, è semmai quest’ultima la più grande e ingannevole falsità.

Dunque, preferisco conoscere, studiare, ricercare, prima di decidere e prendere una posizione. Anche correndo il rischio di diventare un ignavo. Proprio perché la materia è così importante, voglio avere tutti gli elementi che mi servono per arrivare a risposte che siano almeno corrette, se non possono essere definitive. Voglio essere in grado di distinguere davvero il Falso dal Vero, trovare quella loro effimera linea di demarcazione; e so per certo che essa non sarà (quasi) mai lì, limpidamente davanti ai miei occhi, anche se alcuni vorranno farmelo credere.

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Breve riflessione politica

A me pare che alla sinistra in Italia – ma forse chissà, anche all’intero paese – ciò che davvero manca sia una robusta e necessaria dose di programmaticità, organicità delle proposte. Sembra che “sinistra” ora sia una parola evocata da pochissime tematiche, sempre le solite: articolo 18, pensioni, no austerità, qualcosa sui cosiddetti diritti civili. Possibile non ci sia nient’altro? Le classi cosiddette “deboli” sicuramente includono salariati e pensionati; sicuri che non includano anche altre categorie di persone? Senza fare elenchi, già per esempio pensare alle generazioni future e al loro benessere, mi pare potrebbe essere un tema “di sinistra”. No?

Riuscirò, un giorno, a vedere una proposta politica di sinistra, anche radicale, che sia in grado di fornire una visione di insieme e soprattutto risposte concrete? Intendo risposte vere e non illusorie, economicamente sostenibili data la grave situazione attuale, e senza che si debba ricorrere ad una vacua retorica anti-sistema – buona solo per dare alle persone qualcosa contro cui sfogarsi. Sto forse chiedendo troppo?

Invettiva

A voialtri che non fate altro che ripetere quanto è ingiusto e penoso questo mondo, quanto è orribile l’oppressione sugli uomini, come è preoccupante il degrado morale della società. Imbecilli: invece di usare il vostro preziosissimo tempo al fine di lavorare per il mondo e per gli uomini e per la società, lo perdete in questo atteggiamento di colpevole arrendevolezza. Peggio: perché forse non si tratta di arrendevolezza, ma semmai di comodo. Finché c’è un mondo orribile là fuori, infatti, potete sempre convincervi di non farne affatto parte. Di essere gli unici onesti, i più puri, i migliori. E con questo, perdere tempo atteggiandovi a esperti, a consiglieri: ci vuole più uguaglianza, voi dite, bisogna combattere i poteri forti, bisogna liberare gli oppressi e gli sfruttati. Dalle vostre torri argentee dispensate consigli, ma gli oppressi e gli sfruttati, ossia il mondo, non li volete neanche toccare, perché in fondo temete di esserne contaminati. Non sapete neanche chi sono, gli oppressi e gli sfruttati, al di là della concezione del tutto astratta che avete di essi.

Voialtri che non fate altro che ripetere quanto è ingiusto e penoso questo mondo, non vi rendete nemmeno conto che la vostra unica ragione di esistenza risiede nell’alimentare tale convinzione. Ed ecco! Se esistono oppressori, potenti, disonesti, voi siete i loro servi. Perché voi siete condannati alla morte, se davvero all’interno del mondo – e non fuori! – si propaga il germe della giustizia, dell’uguaglianza, della legalità; se qualcuno, insomma, con lavoro quotidiano e incessante, lo fa propagare. A cosa servireste voialtri, a quel punto? A niente. E infatti, non potreste far altro che morire.

Cos’è la matematica?

Cos’è la matematica?

Al di là delle motivazioni che l’hanno portata a svilupparsi nel corso dei secoli (anzi, dei millenni), la verità è che la matematica non è altro che il più raffinato tentativo dell’uomo di farsi divinità. Il più raffinato, perché l’atto creativo è il più compiuto possibile: un intero universo, con regole specificate sin dal principio, sotto il nostro controllo. Il tutto stabilito con totale arbitrarietà, da noi e noi soltanto.

Ma non siamo divinità. E infatti, anche quel tentativo è riuscito solo a metà. Abbiamo concepito quel mondo, abbiamo il controllo del suo linguaggio, delle sue regole, lo conteniamo in poche pagine di assiomi, ma…

Ma è un mondo, è un universo che ci è perlopiù ignoto. L’abbiamo creato e delineato, ma non lo conosciamo, se non molto limitatamente. È un concreto infinito in atto. Un tutto racchiuso in una scatola. Se c’è una divinità vera, probabilmente ride di tale beffardo esito della nostra più estrema tracotanza.

«Volevi essere come Dio, ci hai provato, sei riuscita a creare, ma ecco, ciò che hai creato va oltre te stessa, o disgraziata umanità.»

Disgraziata umanità, eppure deliziosa.

A te

Mi dici che ti sei «rotta», che non comprendi quale sia la tua identità.

E invece io ti dico: la tua identità sta in molte identità, forse addirittura in tutte le identità: studentessa sgobbona e un po’ alienata, ragazza acqua & sapone, casa & chiesa, all’antica; femminista, a tratti libertaria, cattolica; fidanzata d’altri tempi, emancipata, passionale; maschiaccio, donna elegante e provocante; ligia alle regole, ribelle, goliarda; acculturata, provinciale, pop; estroversa, cupa, cerebrale. Eccetera: sai meglio di me come completare l’elenco.

Tu sei questo tutto. Le tue contrastanti anime formano la tua anima, senza annullarsi né sommarsi, ma piuttosto vivendo ciascuna una propria vita, che è semplicemente la tua vita. La tua vera identità risiede in questo mirabile insieme di contraddizioni, risolte nel tuo stesso esistere, nel tuo stesso respirare accanto a me.

La tua vera identità non va cercata o compresa, va solo lasciata vivere. Dunque vivi: io avrò cura di te.

Alcune riflessioni sulla “Marcia per la Vita” e sull’aborto

Oggi si svolge a Roma la Marcia per la Vita. Essenzialmente è una manifestazione contro l’aborto e anche contro la legge 194, più genericamente impegnata sui temi morali legati ai ben noti valori non negoziabili: oltre al già citato aborto, anche – immagino – l’eutanasia, le pillole contraccettive, eccetera.

Alcuni miei conoscenti – e alcuni miei amici – stanno partecipando proprio in queste ore.

Io non mi unirò ad alcune voci della “fazione laica” che, temo, arrivano ad affermare che una simile manifestazione è intrinsecamente sbagliata o illegittima. No, io penso sia pienamente legittima. Non per questo, ovviamente, diventa condivisibile.

In realtà potrei persino condividere, della Marcia per la Vita, l’istanza principale, cioè il “no” all’aborto. Tuttavia, trovo sbagliata e potenzialmente dannosa la posizione radicale portata avanti: l’abolizione dell’aborto legale. Ho la brutta sensazione che essa trovi la maggior parte delle sue motivazioni in una certa visione cristallizzata della realtà; abrogata la legge della morte – per usare un po’ il loro linguaggio – ecco che finalmente l’ordinamento giuridico farebbe un passo avanti verso la conformità con il cosiddetto “diritto naturale”. Un risultato formale, più che sostanziale: la riduzione del numero di aborti sarebbe soltanto uno sperabile corollario di quello che resta l’unico obiettivo vero, ossia il suddetto adeguamento della società alla “legge di natura”.

È questa, a mio parere, la pretesa che porta ad affrontare il problema agendo a valle, e non a monte. Un aborto, credo, è sintomo di una qualche forma di disagio sociale: a volte forse disperazione, a volte forse soltanto un disastroso individualismo. Ecco, io vorrei agire piuttosto su tali radici sociali e culturali, cercare di cambiare in meglio quelle, piuttosto che agire sugli effetti e  sperare che le loro cause scatenanti possano venire a mancare per conto proprio. La foga abolizionista di alcuni pro-life, peraltro, mi sembra trascuri totalmente l’indagine – doverosa – delle eventuali conseguenze di un gesto eclatante come l’abolizione della legge 194. Anche quelle vanno ampiamente valutate e ponderate, prima di lanciarsi in crociate che – come tutte le crociate – lasciano una certa scia di danni dietro di sé.