Alcune riflessioni sulla “Marcia per la Vita” e sull’aborto

Oggi si svolge a Roma la Marcia per la Vita. Essenzialmente è una manifestazione contro l’aborto e anche contro la legge 194, più genericamente impegnata sui temi morali legati ai ben noti valori non negoziabili: oltre al già citato aborto, anche – immagino – l’eutanasia, le pillole contraccettive, eccetera.

Alcuni miei conoscenti – e alcuni miei amici – stanno partecipando proprio in queste ore.

Io non mi unirò ad alcune voci della “fazione laica” che, temo, arrivano ad affermare che una simile manifestazione è intrinsecamente sbagliata o illegittima. No, io penso sia pienamente legittima. Non per questo, ovviamente, diventa condivisibile.

In realtà potrei persino condividere, della Marcia per la Vita, l’istanza principale, cioè il “no” all’aborto. Tuttavia, trovo sbagliata e potenzialmente dannosa la posizione radicale portata avanti: l’abolizione dell’aborto legale. Ho la brutta sensazione che essa trovi la maggior parte delle sue motivazioni in una certa visione cristallizzata della realtà; abrogata la legge della morte – per usare un po’ il loro linguaggio – ecco che finalmente l’ordinamento giuridico farebbe un passo avanti verso la conformità con il cosiddetto “diritto naturale”. Un risultato formale, più che sostanziale: la riduzione del numero di aborti sarebbe soltanto uno sperabile corollario di quello che resta l’unico obiettivo vero, ossia il suddetto adeguamento della società alla “legge di natura”.

È questa, a mio parere, la pretesa che porta ad affrontare il problema agendo a valle, e non a monte. Un aborto, credo, è sintomo di una qualche forma di disagio sociale: a volte forse disperazione, a volte forse soltanto un disastroso individualismo. Ecco, io vorrei agire piuttosto su tali radici sociali e culturali, cercare di cambiare in meglio quelle, piuttosto che agire sugli effetti e  sperare che le loro cause scatenanti possano venire a mancare per conto proprio. La foga abolizionista di alcuni pro-life, peraltro, mi sembra trascuri totalmente l’indagine – doverosa – delle eventuali conseguenze di un gesto eclatante come l’abolizione della legge 194. Anche quelle vanno ampiamente valutate e ponderate, prima di lanciarsi in crociate che – come tutte le crociate – lasciano una certa scia di danni dietro di sé.

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