La fine della solidarietà?

Giovedì, 1 Maggio 2008

La destra ha vinto anche a Roma, dopo il successo alle elezioni politiche. Si sono viste persone scendere in piazza facendo saluti romani. Pare che la questione della sicurezza e degli immigrati abbia pesato non poco nel voto, al punto da spingere all’elezione di un nuovo sindaco che in gioventù fu un neofascista. Al nord, invece, spopola la Lega; un gran numero di persone hanno votato quelli che “ce l’hanno duro”, quelli che “imbracciano i fucili”, eccetera.

Per certi versi mi sembra un po’ strano. L’Italia è un paese a maggioranza cattolica, almeno sulla carta. La religione, che pure ha tanti difetti – soprattutto riguardo agli uomini che la gestiscono – professa però un’idea molto forte di solidarietà umana, proprio la “carità cristiana”. Ma dov’è finita, allora, la carità cristiana? Cosa c’è di caritatevole nei manganelli idealmente o fisicamente dati addosso agli immigrati, senza distinzione? Cosa c’è di solidale nel leghismo? Eppure al nord erano tanti a votare DC…

Forse non è del tutto vero che la solidarietà è sparita. Soltanto, sembra che molti italiani (e al nord i “padani”) non siano in grado di promuoverla che per sé stessi, per le proprie comunità e per nessuno al di fuori di esse. Penso a quelli che, la domenica, scambiano il gesto di pace senza ragionare sul fatto che idealmente è un gesto universale, dedicato a chiunque sia umano; quanti di questi uomini cadono poi nella solita contraddizione, manifestando fuori dalla chiesa sentimenti indiscriminati e generalizzati di odio e di chiusura? E allora, forse, non sarebbe il caso di smetterla con tante ipocrisie?

Io non sono cattolico, e nemmeno credente. Ed evito di generalizzare se non ho la sicurezza di affermare qualcosa di riscontrabile. L’immigrazione ha evidentemente portato cose buone e cose cattive in Italia, ma io, forse per colpa di deformazione accademica, non posso  far altro che affermare che esistono uomini che arrivano in Italia e creano problemi obiettivi di ordine pubblico, ma che esistono anche tanti uomini che arrivano in Italia con l’umiltà e la speranza di chi spera di costruire per sé un futuro migliore. A questi ultimi va senz’altro un ideale gesto di pace e di solidale incoraggiamento, da parte mia.


Dichiarazioni di voto

Sabato, 19 Aprile 2008

Non ho speso una parola, finora, riguardo le appena avvenute elezioni politiche. Ricordo che due anni fa ero molto coinvolto dall’argomento, d’altra parte si veniva da un quinquennio di berlusconismo e avevo da poco formato la mia identità ideologica, per così dire, e peraltro si trattava delle mie prime elezioni.

Allora, votai il Partito dei Comunisti Italiani. Fu una scelta da me molto ponderata, giustificata dalla volontà di dare un voto a persone che portassero avanti idee più nette e forti, senza però tradire il Governo come fece Rifondazione Comunista nel 1998. Io non mi sento di rimpiangere quel voto, nonostante molti sostengano che la sinistra “radicale” abbia indebolito il Governo uscente. Insomma, probabilmente un po’ è anche vero, ma in fondo mi sento di dire che le persone da me scelte allora si siano comportate in maniera tutto sommato responsabile (a parte in qualche frangente in cui si arrivò forse ad esagerazioni evitabili). Irresponsabili e traditrici, al contrario, sono state le defezioni di gente come Mastella o Dini, quest’ultimo addirittura riciclatosi nelle file del Popolo della Libertà.

In ogni caso, alle elezioni del 2008, ahimè miseramente perse, non ho votato la Sinistra Arcobaleno. Per stavolta, ho optato per il Partito Democratico, spinto da una serie di motivi da me tutti ritenuti ugualmente buoni. Quello più ovvio era il timore di disperdere il voto, dandolo ad un simbolo che non avrebbe mai potuto sperare di andare al Governo; poi, devo ammettere che questo PD è stato effettivamente una novità nel panorama italiano, un partito che è nato con un evento di partecipazione attiva che ho apprezzato e a cui ho partecipato, un partito che finalmente “mi sapeva di nuovo”, nel modo di porsi sulla scena politica e di gestire la dialettica. Stavolta il mio voto non è stato particolarmente ideologico: altrimenti, sarebbe dovuto andare un po’ più a sinistra del PD. La mia speranza è che la Sinistra “radicale” italiana, miseramente sconfitta, sappia riorganizzarsi e modernizzarsi seguendo nella forma la lezione data dal Partito Democratico. Probabilmente non potrà vincere le elezioni, però potrà costituire un’alternativa moderna e di governo agli altri partiti, abbandonando completamente una dialettica datata, in un paese dove gli operai metalmeccanici votano la Lega Nord.


Verde

Sabato, 5 Aprile 2008

Pare che quest’anno la primavera sia, diciamo, puntuale. Ricordo l’anno scorso, si vedevano alberi già completamente verdi a fine marzo, la colpa era di quell’inverno così insolitamente caldo. Le gemme di quest’anno, invece, stanno sbocciando proprio ora, in queste belle giornate ancora piacevolmente fresche.

Qualcosa è cambiato, in un anno. Nel susseguirsi delle stagioni, anche gli esseri umani vanno e vengono, taluni portando a termine il loro ciclo vitale terreno e iniziandone un altro che tuttora mi è ignoto, ammesso che poi esista. Tra questi, un ottimo scienziato, rettore emerito del collegio in cui vivo, che voglio ricordare anche in queste pagine; ebbi modo di scambiarci al più qualche parola, un po’ di sfuggita nei corridoi collegiali, ma ad ogni modo lo stimavo, e sono rimasto dispiaciuto della sua morte.

In ogni caso, esistono cose che sono cambiate in meglio. Ritorno con la memoria alla primavera di un anno fa, mesi costellati di solitudine e di giorni di tristezza e sconforto, solo perché non ero ancora davvero abituato alla nuova vita da universitario fuori sede – per quanto neanche troppo lontano dal mio “vecchio mondo”. Ma ogni semestre accademico che passa, stare qui sembra più semplice e naturale, lo stress viene via via riassorbito, e spuntano nuove amicizie. Ostinatamente credevo di non essere tipo da aver bisogno di tante persone intorno per stare bene, ma mi sono accorto che andare a lezione senza neanche dire una parola ai miei compagni di corso non faceva altro che rattristarmi. Su questo, sì, le cose sono senz’altro cambiate ora, e se quella che viene non sarà una primavera memorabile, ho una certa sicurezza che potrà essere almeno piacevole.

Non scriverò più una cosa come questa. Lo prometto.


Matinée

Venerdì, 28 Marzo 2008

C’è qualcosa che non mi torna, a volte, come una rotella fuori posto di un grosso ingranaggio. Ascolto Autogrill di prima mattina, trasmette immagini crepuscolari però, quella bella canzone. Ogni volta che l’ascolto mi sembra come di ritrovarmi nel tratto emiliano dell’A1, una sera estiva permeata di quella particolare malinconia; è la malinconia del crepuscolo sulla lunga striscia d’asfalto che sembra estendersi indefinitamente all’orizzonte, è la malinconia del bagliore violaceo dello smog che pervade il cielo. Sensazioni che gli antichi non avrebbero mai potuto provare, perché così intimamente legate al mondo di adesso, alle sue industrie, alle sue autostrade.

E le donne, poi. Anche loro, son cose che non tornano. Stanotte ne ho incontrata una, in un sogno beffardo. Svanita, come ho riaperto gli occhi, dopo che l’avevo salutata affettuosamente, quasi incredulo del fatto di averci intrattenuto finalmente un discorso. Appena svegliato, riflettevo sulla possibilità che un sogno così potesse essere piuttosto un motivo di incoraggiamento che una mera beffa, in ogni caso non ha potuto fare a meno di lasciarmi un certo qual amaro in bocca, un gusto che mi accompagnerà per l’intera giornata. E stamattina, anche questa sensazione un po’ romantica, una cosa che forse non si addice all’orario, chissà. Ma in fondo, questo non ha importanza.

Non la vedi non la tocchi oggi la malinconia? Non lasciamo che trabocchi, vieni andiamo, andiamo via…


Notturno

Sabato, 15 Marzo 2008

Svegliarsi alle due del mattino dopo essere andato a letto alle dieci di sera. Non è proprio il massimo, speravo di convincere il mio fisico a dormire almeno fino alle tre, alle tre e mezza. Pazienza.

Un treno mi attende stamattina, e dopo di esso un altro treno, e dopo di esso una città. Starò a vedere, nel frattempo cerco di riallineare il tempo della mia mente, in realtà già sveglia nel momento in cui mi sono addormentato, a quello del mio corpo, che sembra rigettare tale situazione, con punte delle dita raffreddate e con lentezza di riflessi.

Ne approfitto per augurare una buona giornata (o forse, una buona notte) a tutti.


Oblitus sum

Venerdì, 29 Febbraio 2008

Mi sono reso conto che sto dimenticando il Latino, e che anzi per buona parte l’ho già dimenticato.

Questo non mi piace, mi rattrista molto, mi preoccupa. Io ho fatto il Liceo Scientifico, non ho studiato il Latino come uno del Classico, però la grammatica mi piaceva, ed ero anche piuttosto bravo. Adesso invece non distinguo più un futuro indicativo da un presente congiuntivo; non ho più in testa i significati di tutte quelle parole, solo un vago ricordo. Sento d’altra parte che non mi ci vorrebbe molto per riprendermi, che mi basterebbe fare un po’ di ripasso e in neanche troppo tempo riporterei alla memoria tutte le regole grammaticali e buona parte del lessico. Però… non c’è tempo. Non c’è tempo, non c’è tempo, non c’è tempo.

Io feci una scelta, nella mia vita, all’età di diciotto anni. La mia scelta fu che avrei studiato la Matematica. E ora che mi addentro sempre di più in essa, scoprendone i dettagli e le bellezze, mi accorgo che tutto il resto diventa sempre più sfumato, come una stazione ormai lontana e persa nella nebbia. Sento sempre più forte il sapore dell’addio, non so se temporaneo o definitivo; rileggere una versione di quelle che sapevo tradurre anni fa, o il mito della caverna di Platone che tanto mi appassionò in terza superiore, avrà forse lo stesso gusto dei ricordi che sto via via formando, intanto che gli anni passano. Qualcuno forse verrà a dirmi che non c’è nulla di cui stupirsi, che in fondo ogni scelta importante della propria vita ha un prezzo da pagare, e che scegliere un percorso di studi significa inevitabilmente escludere tutti gli altri, anche quelli che pure mi hanno da sempre suscitato curiosità e interesse.

Resta però il rammarico, e la nostalgia, per tutte quelle belle cose che solo fino a due anni fa erano parte di me, e da cui ora mi sto forzatamente distaccando.

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Valentineria

Giovedì, 14 Febbraio 2008

Articoletto leggero, tanto per smorzare un po’ i toni. Ci sta ogni tanto, no? Caspita, non potrò continuamente imbastire dei discorsoni, è bello poter essere anche un po’ spontanei e leggeri di tanto in tanto.

Insomma poi, è San Valentino! È la festa degli innamorati! Quest’anno voglio stare al gioco anche io, ho passato abbastanza anni a fare lo snob che dice sempre “festa stupida e consumistica”. No, per stavolta no, stavolta sarà diverso! L’unico problema è che non posso fare l’innamorato senza innamorata, e siccome l’innamorata non esiste (ancora) nella realtà, dovrò crearmela. Insomma, faccio finta di vivere questo San Valentino 2008 con la fidanzata dei miei sogni (letteralmente).

Che si fa dunque? Beh, la mattina del 14 febbraio, appena svegliato, le mando un messaggio di buon risveglio, dicendole che oggi più che mai la amo. Lei mi risponde dicendo che non vede l’ora di vedermi, che sono bellissimo, e dolcissimo. Quindi mi alzo e ascolto alla finestra il cinguettìo dei passerotti, in un giorno d’inverno che sembra già di primavera, da quanto il mio cuore batte forte e vitale, e il mio sentimento forte e puro e infinito per la mia amata sconfigge il gelo di febbraio. Quel pomeriggio esco fuori, canticchio un motivetto intanto che penso a lei, e raggiungo quella panchina dove ci siamo dati appuntamento. Lei è proprio lì, semplicemente splendida. Si alza leggiadra e si getta nelle mie braccia, baciandomi con passione e dolcezza. Io le do un bacio sulla fronte e le porgo un mazzo di fiori, che ho confezionato personalmente pensando a lei e a tutto il bene che le voglio. La commozione è troppo forte, sono travolto, non riesco a trattenere le lacrime. Anche lei piange, piange di gioia e di emozione. È proprio una ragazza eccezionale, penso. E glielo dico. Le stringo forte la mano e insieme ci incamminiamo verso la città. E camminiamo e parliamo, e parliamo e camminiamo e ci baciamo, lungo le strade del centro, intanto che il sole scivola via oltre l’orizzonte, e si accendono i lampioni. Fa più freddo ora, ma ci stringiamo assieme con affetto e ci riscaldiamo, intanto che ascoltiamo i battiti dei nostri cuori. Per cena la porto in un bellissimo ristorantino nascosto in un vicoletto, dall’atmosfera raccolta e pittoresca. Ci sediamo al nostro tavolino, osservo i meravigliosi lineamenti del suo viso alla luce della candela. Rido con lei sottovoce, accarezzandola di quando in quando. Dopo la cena la accompagno a casa, percorrendo le strade buie e illuminate dimentico dello scorrere del tempo, sospeso in una dimensione di felicità dove ci sono solo io insieme a lei, per sempre. Arrivati, ci fermiamo davanti all’uscio di casa. I suoi occhi brillano, la sua voce è rotta dalla commozione. “Ti amo tanto, sei bellissimo”. E ci baciamo, in un minuto che mi sembra eterno. “Anche io ti amo tanto, per te darei la mia stessa vita”. La abbraccio forte e le do la buonanotte, prima di vederla entrare in casa e chiudere la porta. Con calma mi incammino verso casa, ringraziando il fato di avermi fatto trovare una donna così eccezionale, una donna che mi sento davvero di amare fino alla fine dei miei giorni.

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Ovviamente spero di non essere così melenso nella realtà, ma confesso che un po’ non mi dispiacerebbe!


Licealità

Domenica, 10 Febbraio 2008

Ricordo bene quella lezione, soprattutto il suo inizio. Un tredicenne, insieme ad altri tredicenni e quattordicenni, seduto al primo banco di quell’aula che aveva solo una finestra, sul lato in fondo. Primo giorno di scuola, come posso dimenticarmelo? Sono passati più di sei anni (sei anni!), i miei lineamenti fisici sono cambiati, le mie abitudini pure: non passo più le ore davanti ai videogiochi (anche se qualche volta mi ritorna la voglia, devo confessare), non sono più così rigido e testardo (forse), penso anche molto alle donne (per quanto non abbia avuto la benché minima esperienza). Ricordo comunque che, in quella primissima lezione, vennero il professore di Scienze e la professoressa di Storia a farci un discorso introduttivo. Mi piacque molto, quasi mi entusiasmò: parlava del valore della licealità, e di come il liceo, per l’appunto, ci avrebbe trasmesso il sapere e una cultura di base, generale, e soprattutto un approccio aperto e “globale” alla conoscenza, non tecnicistico o completamente specializzato. Da quel giorno, ho avuto modo di conoscere le Scienze naturali, le lingue, la Storia e la Filosofia, la Fisica e la Matematica; ho imparato a mettermi in gioco, ad argomentare le mie idee e relazionarmi criticamente con quelle degli altri.

La licealità è un’idea che mi piace tuttora, e penso che il Liceo sia un ottimo modello di istruzione. Lo pensavo anche quando lo stavo per concludere, in quinta, intanto che sentivo praticamente tutti gli altri dire basta, non ne posso più, voglio fare l’Università. L’Università è bella, eppure non mi permette di studiare altro che quell’argomento, girare sempre attorno allo stesso centro. Certo, l’approfondimento e la specializzazione sono importanti e credo siano pure opportuni ad un certo punto della propria vita, tuttavia non mi sento di esser d’accordo con chi afferma che il Liceo è inutile e non serve a niente e non conta niente. Al di là del fatto che ci possano essere insegnanti più o meno bravi, resta quella possibilità di spaziare nella conoscenza, di apprezzare e conoscere, per quanto solo nelle basi, tutto ciò che il genere umano ha saputo produrre in millenni di esistenza. Non è poco, per quanto mi riguarda. Non è poco.

Una persona che conosce solo un settore specializzato di tutto lo scibile umano ma sa apprezzare solo quello e nient’altro, è per me una persona povera, chiusa mentalmente, superficiale. Una persona di cui non potrei mai innamorarmi.


Predictor-Corrector

Domenica, 10 Febbraio 2008

Ne ho abbastanza di metodi numerici per l’approssimazione di equazioni differenziali, veramente. Già mi interessa poco calcolare le soluzioni esatte, figuriamoci poi perdersi in contorte ricorsioni e stime di errori di approssimazione! Bah… in realtà l’Analisi Numerica non è nemmeno così atroce come io stesso la voglio dipingere. Per esempio, stavo leggendo poco fa qualcosa su un certo metodo chiamato Predictor-Corrector. Al di là di quello che effettivamente è, mi ha colpito la sua denominazione, mi ha fatto andare col pensiero oltre l’Analisi Numerica, oltre la Matematica stessa.

Predire e correggere. In pratica, cercare di capire cosa ci riservi il futuro e prepararsi di conseguenza, operare le opportune correzioni a ciò che facciamo, in modo che il futuro sia migliore, in qualche senso. Penso che, in fondo, a predire ci pensa la Scienza, la quale, fermi restando i suoi limiti, è in fin dei conti l’unico strumento che abbiamo. A correggere ci può pensare ancora la Scienza, ma essa in realtà potrà solo indicare come fare le correzioni necessarie: io sono convinto che in tale secondo passaggio la volontà umana, la volontà di tutti gli uomini, sia indispensabile per realizzare nel concreto le correzioni che servono. Non so, ho come l’impressione che gli uomini (intesi come genere umano, dico) abbiano la tendenza ad accontentarsi delle previsioni, che insomma pecchino di lungimiranza. D’altra parte, si possono fare molti esempi stupidi: “Se tra cent’anni i ghiacciai saranno tutti sciolti, che cosa m’importa, sarò già morto”. O ancora: “Se in futuro la povertà colpirà profondamente i nostri paesi, che mi importa? I soldi io ce li ho”. Chissà, forse se tutti gli uomini fossero scienziati (in senso lato), non si sentirebbero affermazioni così. Se esistono gravi problemi in questo mondo, forse la colpa è anche di questi individui che sanno pensare solo a sé stessi, e sono soddisfatti nel momento in cui possono vivere la loro brevissima vita nei piaceri e nelle spensieratezze. Manca forse una sorta di “coscienza collettiva”? Penso a essa come qualcosa di più forte ancora dell’istinto di conservazione della specie, qualcosa che ci spinga tutti quanti a comprendere che in realtà, per sopravvivere a lungo termine, non si può pensare solo a sé stessi e al proprio microscopico orticello. Ma è davvero destino che siano in così pochi a mostrare di avercela, a essere in grado di adoperarsi per realizzare il bene della nostra stessa specie?


Breve riflessione sui tempi che corrono

Mercoledì, 30 Gennaio 2008

Io ultimamente ho l’impressione che stiamo vivendo un periodaccio. Mi riferisco, guarda caso, alla situazione politica e sociale che si è configurata in questi ultimi tempi; al di là dei guai vari del nostro parlamento, mi sembra proprio di rilevare nei commenti di molte persone, nelle conversazioni che si scambiano nei luoghi di ritrovo (famiglia, università, Internet…) un sentimento diffuso di rigetto, di rifiuto, di pessimismo, di disillusione nei confronti degli uomini che abbiamo eletto a governarci. Discorsi come “fanno tutti schifo”, oppure “mandiamoli tutti a casa”, che culminano in dichiarazioni quali “io d’ora in poi non voto più”. Parole che generalizzano, che estremizzano, come se veramente non potesse esistere nemmeno un uomo che ha deciso di fare politica per una finalità diversa dall’accentramento di potere e denaro, sulle sue mani e su quelle dei suoi soci. E poi, tutti a gridare, lungo l’onda di chi grida per primo, trascinatori di folle da una parte e dall’altra che fanno leva su slogan facili e immediati per catturare l’attenzione; un modo di fare, questo, che non mi trova certo d’accordo, perché prima di urlare uno slogan una persona dovrebbe perlomeno fermarsi a valutare se, dietro la “parolona”, vi sia un insieme di idee forti e soprattutto ben argomentate. Non sto affermando niente di nuovo, soltanto che ritengo più saggio riflettere prima di aprir bocca. Ciò detto, tendo comunque a preferire chi tiene la voce più bassa e si apre al confronto; d’altra parte, chi evita di mettere in discussione le proprie posizioni è quasi per definizione antidemocratico, e non si tratta certo di un comportamento da me stimabile.

In questo panorama per niente confortante, peraltro, devo ahimè riconoscere che l’attuale classe politica non fa praticamente nulla per cercare di migliorare la propria immagine, e frenare l’ondata di disistima che la sta travolgendo. Questo secondo me è grave, perché a mio avviso un paese ha davvero bisogno di credere nelle proprie istituzioni, altrimenti il mio timore è che si aprano le porte a mentalità eversive o a qualche altro “uomo della provvidenza”, e tali possibilità personalmente mi terrorizzano.

Non so, io più che arrabbiato sono triste e un po’ (molto) preoccupato per come si stanno mettendo le cose qui. Spero in bene.