Pare che quest’anno la primavera sia, diciamo, puntuale. Ricordo l’anno scorso, si vedevano alberi già completamente verdi a fine marzo, la colpa era di quell’inverno così insolitamente caldo. Le gemme di quest’anno, invece, stanno sbocciando proprio ora, in queste belle giornate ancora piacevolmente fresche.
Qualcosa è cambiato, in un anno. Nel susseguirsi delle stagioni, anche gli esseri umani vanno e vengono, taluni portando a termine il loro ciclo vitale terreno e iniziandone un altro che tuttora mi è ignoto, ammesso che poi esista. Tra questi, un ottimo scienziato, rettore emerito del collegio in cui vivo, che voglio ricordare anche in queste pagine; ebbi modo di scambiarci al più qualche parola, un po’ di sfuggita nei corridoi collegiali, ma ad ogni modo lo stimavo, e sono rimasto dispiaciuto della sua morte.
In ogni caso, esistono cose che sono cambiate in meglio. Ritorno con la memoria alla primavera di un anno fa, mesi costellati di solitudine e di giorni di tristezza e sconforto, solo perché non ero ancora davvero abituato alla nuova vita da universitario fuori sede – per quanto neanche troppo lontano dal mio “vecchio mondo”. Ma ogni semestre accademico che passa, stare qui sembra più semplice e naturale, lo stress viene via via riassorbito, e spuntano nuove amicizie. Ostinatamente credevo di non essere tipo da aver bisogno di tante persone intorno per stare bene, ma mi sono accorto che andare a lezione senza neanche dire una parola ai miei compagni di corso non faceva altro che rattristarmi. Su questo, sì, le cose sono senz’altro cambiate ora, e se quella che viene non sarà una primavera memorabile, ho una certa sicurezza che potrà essere almeno piacevole.
Non scriverò più una cosa come questa. Lo prometto.