A te

Mi dici che ti sei «rotta», che non comprendi quale sia la tua identità.

E invece io ti dico: la tua identità sta in molte identità, forse addirittura in tutte le identità: studentessa sgobbona e un po’ alienata, ragazza acqua & sapone, casa & chiesa, all’antica; femminista, a tratti libertaria, cattolica; fidanzata d’altri tempi, emancipata, passionale; maschiaccio, donna elegante e provocante; ligia alle regole, ribelle, goliarda; acculturata, provinciale, pop; estroversa, cupa, cerebrale. Eccetera: sai meglio di me come completare l’elenco.

Tu sei questo tutto. Le tue contrastanti anime formano la tua anima, senza annullarsi né sommarsi, ma piuttosto vivendo ciascuna una propria vita, che è semplicemente la tua vita. La tua vera identità risiede in questo mirabile insieme di contraddizioni, risolte nel tuo stesso esistere, nel tuo stesso respirare accanto a me.

La tua vera identità non va cercata o compresa, va solo lasciata vivere. Dunque vivi: io avrò cura di te.

Alcune riflessioni sulla “Marcia per la Vita” e sull’aborto

Oggi si svolge a Roma la Marcia per la Vita. Essenzialmente è una manifestazione contro l’aborto e anche contro la legge 194, più genericamente impegnata sui temi morali legati ai ben noti valori non negoziabili: oltre al già citato aborto, anche – immagino – l’eutanasia, le pillole contraccettive, eccetera.

Alcuni miei conoscenti – e alcuni miei amici – stanno partecipando proprio in queste ore.

Io non mi unirò ad alcune voci della “fazione laica” che, temo, arrivano ad affermare che una simile manifestazione è intrinsecamente sbagliata o illegittima. No, io penso sia pienamente legittima. Non per questo, ovviamente, diventa condivisibile.

In realtà potrei persino condividere, della Marcia per la Vita, l’istanza principale, cioè il “no” all’aborto. Tuttavia, trovo sbagliata e potenzialmente dannosa la posizione radicale portata avanti: l’abolizione dell’aborto legale. Ho la brutta sensazione che essa trovi la maggior parte delle sue motivazioni in una certa visione cristallizzata della realtà; abrogata la legge della morte – per usare un po’ il loro linguaggio – ecco che finalmente l’ordinamento giuridico farebbe un passo avanti verso la conformità con il cosiddetto “diritto naturale”. Un risultato formale, più che sostanziale: la riduzione del numero di aborti sarebbe soltanto uno sperabile corollario di quello che resta l’unico obiettivo vero, ossia il suddetto adeguamento della società alla “legge di natura”.

È questa, a mio parere, la pretesa che porta ad affrontare il problema agendo a valle, e non a monte. Un aborto, credo, è sintomo di una qualche forma di disagio sociale: a volte forse disperazione, a volte forse soltanto un disastroso individualismo. Ecco, io vorrei agire piuttosto su tali radici sociali e culturali, cercare di cambiare in meglio quelle, piuttosto che agire sugli effetti e  sperare che le loro cause scatenanti possano venire a mancare per conto proprio. La foga abolizionista di alcuni pro-life, peraltro, mi sembra trascuri totalmente l’indagine – doverosa – delle eventuali conseguenze di un gesto eclatante come l’abolizione della legge 194. Anche quelle vanno ampiamente valutate e ponderate, prima di lanciarsi in crociate che – come tutte le crociate – lasciano una certa scia di danni dietro di sé.

Errare è umano

Quindi sbaglia, sbaglia pure.

«Mi vuoi dire che sbagliare è giusto? Che assurdità!»

Non è così. Soltanto, sbagliare è inevitabile. È inutile credere altrimenti, e agire contro la nostra stessa natura.

«Dunque, dovremmo rassegnarci all’inevitabile? Che enormità!»

Nemmeno. Dobbiamo agire e comportarci cercando di fare sempre la scelta giusta, ossia quella che secondo la nostra coscienza, in quel momento, è la scelta giusta. Anche facendo così, tuttavia, inevitabilmente ci capiterà di sbagliare. Per questo sbaglia, sbaglia pure: andrà bene anche così.

«Non mi piace.»

Ti capisco. Eppure guarda: dietro ogni sbaglio, c’è una persona umana, una persona vivente. Solo i morti e le divinità non sbagliano mai. L’esistenza di un’anima prima di ogni errore ti rincuorerà: forse che la vita in sé non è comunque un valore?

«Sì. Ma non mi piace lo stesso. Per quanto inevitabile, per quanto caratterizzante le nostre vite, sbagliare resta sempre e comunque un male.»

Ragionando solo di un astratto bene e di un astratto male, ecco che così davvero rinunci a comprendere la realtà.

«Non ho alternativa. Ho bisogno di valori. E lo stesso vale per te.»

Lo so. E ciò nondimeno, non puoi pretendere che la realtà e la tua stessa vita si conformino completamente a tali astratti valori.

«Vorrei non fosse così.»

A me sta bene così.

Guardare fuori?

Che altro posso fare per ingannare il tempo sul treno? Ancora matematica? Difficile, ora che è salita tutta questa gente (ma bello che sia salita). Guardare fuori?

Il cielo vagamente tempestoso, tipico di alcuni giorni di primavera.

Il treno completamente pieno (alcuni in piedi).

La campagna lombarda, a sud di Milano. Anch’essa sa essere bella, a suo modo. Campi color giallo (grano? No, non mi sembra grano!), cascine, piccole chiese. Bene godersi il paesaggio com’è adesso, ché tra qualche settimana sarà bruciato sotto il sole.

Pieve Emanuele, con i palazzoni (colpisce il Ripamonti residence) e la stazione in costruzione. Il treno qui procede più lento.

Uno squarcio nelle nubi. All’orizzonte, direi verso ovest, un bagliore rosa. Villamaggiore. Ora andiamo veloci.

Freniamo un po’. Verso sud il cielo è sereno, me ne accorgo solo ora. Dovremmo essere quasi a Certosa. E infatti, eccola: riesco a scorgerla dal finestrino. Pochi secondi, è già fuori dal campo visivo. La rivedrò presto.

Rallentiamo sensibilmente. Ma ormai Pavia dovrebbe essere alle porte. Ecco, riprendiamo un po’ di velocità.

Ci siamo: viale Brambilla, un autobus urbano, ora passiamo sotto il rondò dei Longobardi. È il momento di scendere.

Chi sono i più grandi alleati dei progressisti?

Chi sono i più grandi alleati dei progressisti? Ovviamente, gli estremisti reazionari.

Una legge con cui sono in disaccordo, la vogliono abolita, senza se e senza ma. Guai, a scendere ad un compromesso, anche se è un compromesso che va a loro favore. Preferiscono gloriarsi di essere netti, severi, irriducibili. O tutto o niente. Così, magari rinunciano anche a votare per le forze politiche di governo, ritenute – quando va bene – troppo molli. Anzi, si chiamano fuori sin dal principio da qualsivoglia reale dibattito politico, ché ad entrarvi e ad ottenere lì dentro risultati concreti, dovrebbero per forza di cose sporcarsi le mani, intaccare quei valori che per loro sono un totem sia nella vita privata che in quella pubblica.

Essi sposano, di fatto, forse inconsciamente, la regola (brigatista!) del “tanto peggio, tanto meglio”. Se per qualche ragione si facesse un piccolo passo in avanti nella loro direzione, ecco che di colpo perderebbero ogni credibilità nel loro costante affermare “O tempora, o mores”. Dunque, a loro conviene preservare lo status quo, per poter gridare il loro continuo scandalo e disprezzo per questa “società senza valori”.

Naturalmente, nonostante il clamore che sono in grado di suscitare, il loro reale peso politico è minimale, poiché il loro comportamento paradossale non fa altro che dipingerli agli occhi di tutti come invasati senza speranza. Ed ecco che, in questo modo, essi scatenano un naturale – per quanto sovente scomposto – sentimento di anti-reazione, che le forze progressiste non perdono l’occasione di catturare, accelerando così la creazione di un’opinione pubblica a loro favorevole.

Dunque, sono anche gli invasati clericali a diffondere l’anticlericalismo, pure quello più becero e blasfemo. Sono anche i fanatici antiabortisti a polarizzare un’opinione favorevole all’aborto, rinunciando peraltro a qualsiasi soluzione che non sia l’abolizione totale, e con questo contribuendo alla preservazione dello stato attuale. Sono anche i paladini della morale, a scatenare la voglia di liberarsi totalmente di qualsiasi morale.

E invece, una morale qualsiasi – per quanto migliorabile, per quanto imperfetta – è comunque meglio di nessuna morale.